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27/09/2012
La riforma degli enti locali è legge.

Il “ddl Maccanti” è legge: il Consiglio regionale ha approvato il 26 settembre la riforma degli enti locali. Una norma che, dopo un lungo confronto con i territori, le associazioni delle autonomie locali, le organizzazioni sindacali e con le forze consiliari di maggioranza e opposizione consegna ai Comuni piemontesi un testo organico “che - come sottolinea l’assessore agli Enti locali, Elena Maccanti (vedi l'intervista) - si basa su un principio cardine: è il Comune al centro del sistema, ed è il Comune che deve poter decidere con chi gestire le sue funzioni e con quali strumenti”.

“Obiettivo della Regione - prosegue Maccanti - è offrire ai sindaci dei piccoli Comuni, che fra tre mesi dovranno gestire in forma associata le prime tre funzioni fondamentali, un supporto nel difficile percorso che li attende. Con questa legge, senza imporre scelte fatte a tavolino sulla testa dei nostri Comuni, diamo agli enti locali, che sono i veri titolari delle funzioni, la possibilità di organizzare i servizi sulla base delle specifiche realtà territoriali e delle esigenze dei cittadini, rispettando la facoltà dei sindaci di scegliere con chi gestire le funzioni e in quale modo”.

Soddisfatto il presidente della Regione, Roberto Cota: "Ancora una volta la Regione è al fianco delle amministrazioni locali, per supportarle e risolvere i loro problemi. Questa riforma sistema molte criticità dal punto di vista dell'assetto istituzionale e interviene in favore dell'operatività soprattutto dei piccoli Comuni''

Per Roberto Ravello, assessore regionale alla Montagna “ si colma finalmente il vuoto lasciato dalla profonda modifica del testo unico della montagna del 1999, confermando la grande attenzione che la Giunta regionale ha nei confronti dei territori montani. L’individuazione dei nuovi soggetti e la destinazione delle risorse dell’Unione europea per il periodo di programmazione 2014-2020 costituiranno lo scheletro di una innovativa politica per la montagna piemontese alla quale è così restituita una propria centralità”.

LA NORMATIVA STATALE. Prevede che i Comuni sotto i 5000 abitanti in pianura e sotto i 3000 abitanti in montagna debbano gestire in forma associata le funzioni fondamentali attraverso l’unione o la convenzione. L’articolo 19 del decreto n.95/2012 ha ridefinito le funzioni fondamentali, che sono diventate: organizzazione generale dell’amministrazione, gestione finanziaria e contabile e controllo; organizzazione dei servizi pubblici; catasto; pianificazione urbanistica ed edilizia di ambito comunale; pianificazione di Protezione civile e coordinamento dei primi soccorsi; organizzazione e gestione dei servizi di raccolta e smaltimento rifiuti e relativi tributi; edilizia scolastica, organizzazione e gestione dei servizi scolastici; polizia municipale e polizia amministrativa locale; tenuta dei registri di stato civile. I Comuni dovranno gestire in forma associata tre di queste funzioni entro il 1° gennaio 2013 e le altre entro il 1° gennaio 2014.

LA LEGGE DEL PIEMONTE: IL COMUNE AL CENTRO. Il Piemonte abbassa la soglia demografica prevista a livello nazionale (10.000 abitanti) e la fissa a 3.000 per la montagna e la collina e a 5.000 per la pianura. Rispetto alla proposta iniziale è stato elevato a 40.000 abitanti il limite minimo per la funzione sociale, nella consapevolezza che per garantire l'efficienza e l'erogazione dei servizi siano necessari ambiti più ampi. Ovviamente, per entrambi i limiti saranno concesse deroghe motivate. Sono stati bocciati gli emendamenti che prevedevano di introdurre anche un numero minimo di Comuni per il raggiungimento della soglia minima. “Stiamo parlando di funzioni fondamentali - spiega Maccanti - quindi di servizi erogati ai cittadini, sulla cui qualità essi giudicheranno i loro amministratori. E i nostri Comuni di imposizioni ne hanno già subite abbastanza: dal Patto di stabilità, che dal 1° gennaio 2014 riguarderà tutti i Comuni sopra i 1.000 abitanti, alla tesoreria unica, passando attraverso lo scippo dell’Imu e la sua sovrastima, che porterà le nostre amministrazioni a un disequilibrio di bilancio. Almeno sul tema delle gestioni associate diamo as essi autonomia, che significa anche responsabilità”.

Unioni e convenzioni. La legge pone sullo stesso piano i due strumenti di gestione associata, unione e convenzione, e chiarisce anche che non sono alternativi, ma possono essere usati insieme per raggiungere diversi ambiti territoriali. Si introducono inoltre principi che rendono la convenzione più stabile, come il rispetto dei limiti minimi demografici previsti per le Unioni, la durata triennale e la definizione dei rapporti economici tra i contraenti. La funzione socio-assistenziale può essere gestita anche attraverso lo strumento del consorzio tra Comuni, così come previsto dalla spending review nazionale.

Carta delle aggregazioni. Saranno i Comuni, nel rispetto dei requisiti, a proporre alla Regione la forma associativa e l’ambito territoriale, ma è stata introdotta la facoltà, per la Regione, di intervenire in una fase successiva per favorire il raggiungimento dell’ambito ottimale e impedire che un Comune obbligato resti fuori da forme di gestione associata. La Giunta adotterà una Carta delle forme associative del Piemonte, che sarà aggiornata ogni tre anni.

Comunità montane. Saranno sciolte e sostituite da forme aggregative (unioni montane e convenzioni) su volontà dei Comuni aderenti riconoscendone la peculiarità montana. La legge affida un ruolo all’assemblea dei sindaci, che sottoporrà ai Comuni una proposta di ambito territoriale che potrà essere approvata o modificata dagli stessi enti locali. Il Comune mantiene la sua autonomia decisionale, ma l'assemblea dei sindaci può cercare di guidare il percorso. Infine, nel caso in cui tutti i Comuni appartenenti a una comunità decidano di costituire un’unione montana non ci sarà soluzione di continuità né bisogno di un commissario per il riparto. Il commissario sarà invece nominato in tutti gli altri casi. “Le Comunità montane - sostiene Maccanti - sono fallite perché i loro confini sono stati decisi a tavolino da Torino, creando aggregazioni troppo ampie e disomogenee, con modalità di elezioni degli organi che non sempre hanno garantito la rappresentatività di tutti i territori. Da oggi si cambia”.

La Giunta regionale ha accolto un emendamento che rivede la classificazione del territorio in aree montane, collinari e di pianura. In particolare, saranno considerati appartenenti all’area montana tutti i Comuni ricompresi nelle attuali Comunità montane.

Le funzioni saranno riordinate e attribuite ai Comuni, che dovranno gestirle in forma obbligatoriamente associata. La grande novità riguarda l’introduzione di un principio di federalismo fiscale. Il fondo regionale per la montagna sarà infatti alimentato dalle risorse prodotte sui territori, che resteranno per gran parte in essi: una quota dell’Irap, una dei proventi del diritto di escavazione, dei canoni per l’utenza idrica e di quelli per l’imbottigliamento rimarranno nei Comuni montani per finanziare lo sviluppo della montagna, che rappresenta oltre il 50 per cento del Piemonte. Queste risorse andranno ai Comuni, che svolgeranno le funzioni in forma associata, indipendentemente dallo strumento scelto. Bocciati gli emendamenti che prevedevano la forma dell’Unione montana quale unico strumento gestionale per la montagna.

Entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge, l’assemblea dei sindaci delle attuali Comunità, con delibera assunta a maggioranza, può chiedere alla Regione che l’ambito territoriale sia individuato come ambito ottimale di gestione associata per la costituzione di una o più unioni montane di Comuni. La stessa proposta deve essere notificata dal presidente dell’assemblea ai Comuni entro 15 giorni; i Comuni hanno 60 giorni per recepire o rigettare la proposta e trasmettere il relativo provvedimento contestualmente alla Regione ed al presidente dell’assemblea dei sindaci.

Per quanto riguarda il personale, sono stati accolti gli emendamenti delle organizzazioni sindacali. La Regione trasferirà le funzioni e il personale, insieme alle risorse finanziarie per sostenerli, alle nuove aggregazioni e incentiverà gli enti locali che assumeranno il personale, che invece non è legato a queste funzioni, con contributi economici, provvedendo anche alla loro riqualificazione.

Infine, viene abrogata una serie di leggi regionali e si consegna agli enti Locali un testo unico che si fonda sui principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.






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