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18/02/2008
Flessibili, non precari: sì alla flessibilità, purché tutelata.

Sì alla flessibilità del lavoro, purché sia tutelato da idonee garanzie e rappresenti un trampolino verso un’occupazione stabile.
Si chiama flex-sicurity, flessibilità sicura, la nuova arma contro la precarietà secondo 'Flessibili, non precari', il convegno internazionale sul lavoro svoltosi il 15 e 16 febbraio a Torino su iniziativa dell’Unione Europea, del ministero del Lavoro e della Regione Piemonte.

Da una ricerca presentata nel corso dell’iniziativa si evince che tra i lavoratori giovani flessibilità è sinonimo di precarietà. Il 44% degli interpellati attraversa o ha attraversato una fase di precariato, per il 57% del campione precarietà è sinonimo di incertezza economica, per un altro 33% significa insicurezza e solo il 5% la interpreta come flessibilità ed il 3% come autonomia. Il restante 2% ha risposto di non sapere dare una definizione. Ai giovani sono stati proposti possibili aspetti positivi della precarietà, ma il 44% ha detto di non condividerne nessuno.
Ben più alte le adesioni rispetto, invece, agli aspetti negativi della precarietà, che per il 44% si traduce in insicurezza continua, per il 43% in impossibilità di indipendenza economica, per il 35% in impossibilità di programmare a lungo termine, per il 13% impedisce di affermarsi nella carriera professionale, per il 9% di investire sulla propria formazione.

“Chi entra nel mercato del lavoro oggi - ha sottolineato la presidente della Regione, Mercedes Bresso - trova una situazione in profondo cambiamento. Bisogna completare l’integrazione dei sistemi di sicurezza sociale". E a questo proposito ha citato in particolare l’integrazione e le garanzie pensionistiche per chi si trasferisce da un Paese all'altro per motivi di lavoro”.

Bresso ha inoltre ricordato che “nella sola provincia di Torino, su 2,5 milioni di abitanti, ogni anno ci sono 200-250mila collocamenti, cioè ingressi nel mercato del lavoro.
In questa quota ci sono molte persone che vengono collocate più volte nel corso di un anno, perché chiudono un'esperienza lavorativa legata a un contratto a termine e ne aprono un'altra. Il tasso di disoccupazione è del 4%, e quindi assolutamente fisiologico.
Il lavoro c'è, ma il problema sta nella rete di sicurezza. Bisogna evitare di degradare il lavoro ad usa e getta”.





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