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03/07/2007
I ghiacciai italiani si sciolgono, il caldo cresce sulle Alpi.

Gli 800 ghiacciai italiani si sciolgono, mentre il caldo cresce sulle Alpi a un ritmo doppio rispetto alle pianure e alle coste europee. I ghiacciai alpini hanno perso negli ultimi 20 anni il 20% della loro estensione.
Ma il fenomeno della deglaciazione è destinato a peggiorare con l’avanzare dei mutamenti climatici. Lo dicono gli esperti dell’Apat che stamani hanno partecipato a Saint Vincent (Aosta) al convegno “Cambiamenti climatici e ambienti nivo-glaciali: scenari e prospettive di adattamento”, quarta tappa di avvicinamento alla Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici, voluta dal ministero dell´Ambiente e organizzata dalla stessa Apat e in programma a Roma il 12 e 13 settembre.

L’aumento delle temperature provocato dai cambiamenti climatici globali – spiegano sempre dall’Apat - sarà più veloce sulle Alpi che sul resto del Paese: già oggi procede a un ritmo doppio, con un tasso di crescita delle temperatura media compreso tra 1,5 e 2 gradi nell’ultimo secolo mentre nel resto d’Europa si è attestato a meno di un grado (0,95°). Studi condotti sul versante francese delle Alpi, mediamente meno esposto alla radiazione solare e alle ondate di caldo, hanno stimato che un aumento della temperatura di 1,8 gradi determina una riduzione della durata del manto nevoso del 20% (30-40 giorni) a 1500 metri di quota. La regola del 20% vale anche a livello generale per la riduzione dei giorni di gelo, dei periodi cioè in cui la temperatura va sotto zero: fra il 1961 e 2004, sono diminuiti appunto di circa il 20%.

A essere più colpite – è la relazione degli esperti- sono le aree glaciali esposte a sud, a quota più bassa e di minore estensione; il fenomeno interessa però tutto l’arco alpino, compresi i più grandi ghiacciai: il Lys, il Ghiacciaio Grande di Verra, il Rutor, nonché tutti i ghiacciai del Monte Bianco, l’Adamello e i grandi ghiacciai svizzeri. Le condizioni variano da zona a zona, ma i dati esemplificativi raccolti dalle agenzie regionali per la protezione dell’ambiente riportano situazioni di forte stress climatico e ambientale. Sul ghiacciaio di Pré de Bard (gruppo del Monte Bianco) nell’estate localmente calda del 2006 è stata registrata una fusione giornaliera pari a 8 cm di ghiaccio.
Sempre a titolo d’esempio, nella stagione estiva del 2003 la superficie del ghiacciaio del Timorion (3.100 – 3.500 m di quota) si è abbassata di circa 2 metri. E – ricordano ancora gli esperti - in Valle d’Aosta si è registrata nell’ultimo quindicennio una significativa contrazione delle precipitazioni nevose: meno 19%, un dato che ha ostacolato – assieme ad altri fattori – il riformarsi delle masse glaciali.

Altro fenomeno collegato è quello dei frequenti crolli dei versanti rocciosi cui è venuto meno il collante del ghiaccio: questi alcuni dei fenomeni strettamente connessi ai cambiamenti climatici in atto, che impongono oggi un’attenta valutazione degli scenari e delle prospettive.
Nevi e ghiacciai occupano un posto centrale nella storia, nella cultura e nell’immaginario simbolico della montagna, ma sono soprattutto sorgenti di acqua indispensabili per le coltivazioni e il consumo domestico e la loro contrazione è un fenomeno particolarmente preoccupante, in quanto mette a rischio la disponibilità di acqua dolce, utilizzabile per usi agricoli, civili, industriali e per l’approvvigionamento di energia elettrica. Il rapporto con la crisi idrica dipende dalla distribuzione temporale dei fenomeni: nel corso delle torride ultime estati i deflussi dei fiumi (anche del Po) è stato garantito unicamente dall’acqua di fusione glaciale, il che sottolinea l’importanza notevole dei ghiacciai.
Questo vuole però dire che nel contesto del cambiamento climatico l’apporto dell’acqua di origine nivo-glaciale è tanto maggiore quanto più è intensa la fusione, ma tanto più è intensa l’ablazione, tanto meno saranno disponibili in futuro i serbatoi naturali dei ghiacciai. I cambiamenti climatici sono, inoltre, responsabili dell’impoverimento delle biodiversità negli ecosistemi alto-montani delle Alpi.

Secondo quanto emerso da recenti studi – conclude l’Apat - alcune piante che normalmente vegetano in condizioni di freddo estremo stanno diventando sempre più rare, mentre al loro posto si moltiplicano specie caratteristiche delle quote inferiori. Un segnale del fatto che il panorama alpino sta cambiando in modo evidente. Le specie montane endemiche, cioè presenti esclusivamente in ambiente montano, sono minacciate dalla migrazione verso l´alto di altre specie sub-alpine più competitive. I cambiamenti termici stimati in Europa sono al di fuori del limite di tolleranza di molte specie alpine, che verranno sostituite da specie più competitive, con perdita di endemismi tipici delle regioni montane.

La situazione è quindi evidente. Anche questi nuovi studi non fanno che confermare una situazione che deve essere affrontata con un impegno cogente e immediato. Basta solo ricordare quello che Repubblica ha pubblicato sabato, ovvero il resoconto sull’erosione delle coste italiane che ha raggiunto quota 1600 chilometri. Due situazioni gravi e già in stato avanzato di fronte alle quali si è costretti a prendere contromosse ‘fisiche’, di vera e propria protezione. Con gli esperti che indicano le ‘vecchie’ dune come unico rimedio. Inutile ribadire quando di fronte a cambiamenti climatici di questa rapidità sia necessaria una governance mondiale onde evitare azioni locali che possono anche essere più dannose dei rimedi a cui vorrebbero dare una risposta.

Intanto, però, ci sono azioni che vanno fatte subito e a tutti i livelli a partire dal risparmio energetico, alla mobilità sostenibile, alle energie alternative quali eolico e solare.

greenreport





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